martedì 13 febbraio 2007

Bloody soccer

Il 2 febbraio scorso l'agente Filippo Raciti è morto mentre prestava servizio durante il derby tra Catania e Palermo, caratterizzato da violenti scrontri fra le tifoserie e le forze dell'ordine. A distanza di una settimana dalla sua - vanificata - testimonianza contro un tifoso, Raciti ha subito due diverse aggressioni, presumibilmente premeditate. Prima colpito selvaggiamente al fegato con un rubinetto sradicato dai bagni dello stadio Cibali, e successivamente centrato da una bomba carta lanciatagli addosso, da pochi passi, mentre era al volante. L'agente è morto poco dopo per un'emorragia interna causata dal colpo ricevuto al fegato.



La tragedia di Catania, nella sua assurdità, ha gettato altra luce sul marcio che pervade il calcio, un mondo che ancora affascina quelli che amano il soccer in sè, pur essendo intriso da tanti inquietanti lati oscuri: dal giro esorbitante di soldi, alla proliferazione del crimine impunito, alle truffe.

L'impresentabile Matarrese, il "nuovo che avanza", arriva a dire che i morti fanno parte del sistema e che lo spettacolo deve andare avanti. Poi ritratta: come sempre accade ai potenti, non è stato capito. Le espressioni, anche se smussate, restano vergognose. Una cosa era cinicamente vera: il calcio dei miliardi non poteva certo fermarsi. Così, dopo un fine settimana senza pallone, il panem et circenses è tornato, seppur con qualche limitazione (porte chiuse negli stadi non a norma con il decreto Pisanu).

Il padre del ragazzo accusato dell'omicidio di Filippo Raciti, capace di giustificare le risse di suo figlio, biasimare gli agenti che interferiscono, e mettere in dubbio che il poliziotto sia morto per l'aggressione dei tifosi, lascia intendere quale sia il contesto in cui crescono i giovani che arrivano a comportamenti così infimi.

Le forze dell'ordine spesso sbagliano, magari per motivi personali, di scarsa preparazione o per ordini ricevuti dall'alto. Considerazioni come queste nascevano e nascono spontanee guardando filmati come quelli del G8 di Genova, trasmesse anche da testate dichiaratamente "anticomuniste" come il TG4. Ma questo non può cambiare il giudizio sulla questione di Catania, nè sulla follia del calcio e del tifo in particolare. Chi protesta perchè vuole un mondo migliore non può essere messo sullo stesso piano di chi si realizza picchiando i tifosi di un'altra squadra e i membri delle forze dell'ordine approfittando della superiorità numerica o della condizione di impunità garantita.

I fischi e le proteste ignobili dei tifosi durante il minuto di silenzio in memoria di Raciti, a Roma e a Torino, esprimono bene l'idiozia di quest'ambiente, la moda della cessione del proprio cervello alla massa e alla direzione presa dal gregge, ma soprattutto la sconfortante, assoluta mancanza di vergogna anche di fronte alla tragedia causata dai propri simili, dalla propria concezione del mondo, che prevede appunto la realizzazione attraverso la violenza, e l'odio verso chi, di lavoro, è chiamato a fermare queste "imprese".

Massimo

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