mercoledì 3 dicembre 2008

L'IVA di Sky e la memoria corta

Sulla buffa possibilità che Sky e Murdoch possano essere di sinistra, rimando all'ottimo "Buongiorno" di ieri. Mi soffermo invece sull'argomento principale, e cioè sul raddoppio dell'Iva su Sky, che passa dal 10 al 20% (anche si comincia a ipotizzare un aumento graduale in 3 anni), comportando per ogni abbonato un aggravio di circa 50 euro l'anno. L'aumento dell'IVA su Sky non è una "furbata" di Berlusconi, ma lo è la gestione politica, il modo di farlo passare per un gesto nobile, o un rimediare a un "misfatto" della sinistra.

Con quasi 5 milioni di abbonati, la pay tv "Sky" non è un servizio essenziale, né di massa, ma non è definibile come "di lusso" o "esclusivo". E' un servizio di cui si giova il cosiddetto "ceto medio" (o medio-alto): le persone che non hanno milioni di euro depositati in conti esteri, ma ce la fanno ad arrivare alla fine del mese e a permettersi qualcosa in più dell'essenziale. Diventa quindi soggettivo il giudizio sull'opportunità di prelevare dagli utenti Sky una parte dei soldi necessari alla comunità in questo momento difficile. Meglio comunque prelevare da lì che da tutti, o dalle ultime ruote del carro.

Naturalmente scaturiscono meno scrupoli dall'innalzamento al 25% dell'IVA su film e materiale porno, nonostante le lamentele dei produttori secondo cui il settore è già in crisi a causa della disponibilità gratuita di materiale su Internet.

Sky sarebbe orientata ad aumentare gli abbonamenti del 10%; sommato all'aumento dell'IVA, questo rincaro potrebbe far diminuire significativamente gli abbonamenti. La pay tv di Murdoch avrebbe deciso/minacciato di non rinnovare l'accordo con il cinema italiano, grazie al quale acquistava i diritti di tutte le pellicole che superavano una certo incasso nelle sale. Sky ha già preparato uno spot contro l'aumento, centrando uno dei punti importanti della questione.




La "difesa" di Sky è questa: diversi prodotti, non tutti essenziali, hanno l'Iva agevolata, dai tabacchi alle uova di struzzo; i prodotti editoriali e il canone Rai hanno un'agevolazione ancora maggiore (ma il canone Rai è sostanzialmente una tassa e in teoria serve a pagare un servizio pubblico; di fatto si paga una copia della tv commerciale); la legge che portò al 10% l'imposta sugli abbonamenti della pay-tv fu introdotta nel 1995 dal governo di Lamberto Dini, quando Sky Italia ancora non esisteva. Il finale è questo: se non sei d'accordo con l'aumento dell'Iva, scrivi al governo.

Esistono tre aliquote IVA in vigore in Italia (definite nella tabella A allegata al DPR 633/72):

a) 4%,aliquota minima, applicata ad esempio alle vendite di abitazioni con requisiti "prima casa", e ai beni di prima necessità (alimentari, stampa ecc.);
b) 10%, aliquota ridotta, applicata in Italia ai servizi turistici per incentivare il turismo (alberghi e altri prodotti turistici), particolari operazioni di recupero edilizio e, curiosamente, alla televisione a pagamento
c) 20% aliquota ordinaria: viene applicata per tutti i beni e servizi per cui la normativa non prevede specificamente una delle due aliquote precedenti

L'IVA è al 20% sui cd, e su molti prodotti editoriali (mentre i libri, giustamente, hanno un'IVA ridotta al 4%). L'uniformità europea dell'IVA di cui si sente parlare in questi giorni non esiste: i valori variano da 7,5 (Svizzera) a 25% (Danimarca) sull'IVA "ordinaria", e da 0% a 17% su quella ridotta (che in Danimarca non esiste). Negli USA, paese la cui concezione del Welfare e del servizio pubblico è discutibile, l’”IVA” (VAT) si basa sul genere del prodotto, per cui ad esempio l’acqua, bene primario, non è tassata. In Italia invece, siccome siamo più furbi, l'acqua viene privatizzata e uno dei pochi servizi con IVA ridotta è la TV a pagamento.

L'aumento dell'IVA ristabilisce equità tra Sky le altre TV a pagamento, tra cui Mediaset Premium, di proprietà di Berlusconi, che hanno già l'IVA al 20%. L'allineamento era già previsto dal governo Prodi, sollecitato dall'Ue, a sua volta sollecitata da "qualcuno" (Mediaset?). "Se le autorità italiane dovessero insistere nel non cambiare le aliquote Iva sulla tv a pagamento, dovremo aprire una procedura di infrazione", ha affermato un portavoce della Commissione Ue. La decisione di alzare le tasse a Sky è stata politica (come ammesso da Tremonti). L'Ue pretende che si allineino le aliquote di Mediaset, Rai e Sky, portandole tutte al 20% o rendendo uguali le riduzioni: per l'Ue si può applicare un'Iva ridotta, ma assicurando la neutralità fiscale, perchè non ci possono essere aliquote diverse per uno stesso tipo di servizio.

L'articolo di Peter Gomez e Marco Lillo "Berlu-Sky: la vera storia" pubblicato da "L'espresso" è illuminante sulla questione del conflitto di interessi e sulla polemica tra Berlusconi e la "sinistra" sull'opportunità e la "paternità" dell'aumento dell'IVA per Sky. Combinazione, Berlusconi "ottenne" una scandalosa e ingiustificata IVA al 4% per la sua Telepiù, innalzata al 10% dal Governo Dini. Quindi il 10% era un piccolo rimedio allo scandalo, non un favore. E l'imposta non venne portata al 19% solo a causa di un emendamento di Rifondazione Comunista (!).


Berlu-Sky: la vera storia
di Peter Gomez e Marco Lillo

1 dicembre 2008
L’Iva agevolata sulla pay-tv? Un favore fatto a Berlusconi nel 1991 dal ministro socialista Rino Formica e dal governo Andreotti. E dietro lo sconto, secondo la Procura di Milano, c’era anche un tentativo di corruzione

«Ma quale conflitto di interessi. La sinistra ha concesso a Sky per i rapporti che aveva con quella televisione il privilegio del 10 per cento dell'Iva. Abbiamo tolto quei privilegi e abbiamo fatto ritornare l'Iva a Sky uguale a quella di tutti gli altri».

E' proprio questa la vera storia del trattamento fiscale agevolato per la pay tv? "L'espresso" ha fatto una piccola inchiesta per ricostruire la vicenda dello sconto dell'Iva a Telepiù, il primo nome della tv a pagamento che fu fondata dal gruppo Fininvest per essere ceduta prima a una cordata di imprenditori amici, poi ai francesi di Canal Plus e infine nel 2002 a Murdoch che la denominerà con il nome del suo gruppo: Sky.
Si scopre così che l'Iva agevolata sugli abbonamenti della pay-tv italiana è stata un trattamento di favore risalente al 1991 fatto dal ministero retto dal socialista Rino Formica e dal governo Andreotti a Silvio Berlusconi in persona. Non solo: dietro questo favore, secondo la Procura di Milano, c'era persino stato un tentativo di corruzione.
Nel 1997 Il pubblico ministero Margherita Taddei chiese il rinvio a giudizio per Berlusconi. Lo chiese anche sulla base di un fax che fu trovato durante una perquisizione. La missiva era opera di Salvatore Sciascia, allora manager Fininvest e oggi parlamentare del Pdl nonostante una condanna definitiva in un altro procedimento per le mazzette pagate dal gruppo alle Fiamme Gialle. Nel fax, diretto a Silvio Berlusconi, Sciascia chiedeva di spingere per far nominare alla Corte dei Conti il dirigente del ministero delle Finanze Ludovico Verzellesi, meritevole perché in precedenza si era speso per fare ottenere l'agevolazione dell'Iva al 4 per cento per Telepiù. In pratica, secondo la ricostruzione dei magistrati, la raccomandazione era il ringraziamento di Fininvest per il trattamento ricevuto.
Il fascicolo processuale però fu trasferito nella Capitale per competenza nel 1997. Nel 2000 il Gip Mulliri, su richiesta del procuratore di Roma Salvatore Vecchione e del pm Adelchi D'ippolito (oggi capo dell'ufficio legislativo del ministero dell'economia con Giulio Tremonti) archiviò tutto. Nessuna rilevanza penale, quindi. Ma restano i dati oggettivi sulla trattativa tra la Fininvest e il ministero per l'abbassamento dell'Iva sulla pay tv: dal 1991 al 1995 quando era controllata o partecipata dal gruppo Berlusconi, Telepiù ha goduto di un'aliquota pari al 4 per cento. Un'agevolazione che allora Berlusconi non considerava scandalosa. Mentre oggi definisce "un privilegio" l'aliquota più che doppia del 10 per cento.

L'innalzamento dal 4 all'attuale 10 per cento fu introdotto alla fine del 1995 nella legge finanziaria del Governo Dini. All'epoca i manager di Telepiù, scelti dal Cavaliere, salutarono così il provvedimento: «È l'ultimo atto di una campagna tesa a mettere in difficoltà la pay tv».

Il 25 ottobre del 1995, Mario Zanone Poma, (amministratore di Telepiù sin dalla sua fondazione) dichiarava alle agenzie di stampa: «L'innalzamento dell'aliquota Iva:
1) contraddice la sesta direttiva della Comunità Europea;
2) contraddice l'atteggiamento degli altri paesi europei verso aziende innovative quali le pay tv;
3) crea una grave discriminazione tra la pay-tv e il servizio televisivo pubblico».
In pratica il manager scelto da Berlusconi diceva le cose che oggi dicono gli uomini di Murdoch.

Effettivamente un ruolo dei comunisti ci fu. Ma a favore del Cavaliere.

Il Governo Dini voleva aumentare l'Iva fino al 19 per cento (come oggi vorrebbe fare Berlusconi) ma poi fu votato un emendamento di mediazione che fissò l'imposta al 10 per cento attuale. L'emendamento passò con il voto decisivo di Rifondazione Comunista: il suo leader dell'epoca, Fausto Bertinotti, in un ribaltamento dei ruoli che oggi appare surreale, fu duramente criticato dall'allora responsabile informazione del Pds (e attuale senatore del PD) Vincenzo Vita: «È squallido che Bertinotti abbia permesso un simile regalo a questo nuovo trust della comunicazione, figlio della Fininvest».

Massimo

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