sabato 5 gennaio 2008

Senza vergogna

Non pago di aver manipolato i fatti per accusare "i terroristi" dell'assassinio di Benazir Bhutto, ora Musharraf, facendosi beffe del buon gusto, dichiara che la vittima "vada criticata" perché "stava in piedi sull'auto". Dopo aver escluso per giorni l'ipotesi degli spari di un uomo armato, il Presidente pakistano, in una intervista alla CBS, ha ammesso che probabilmente è stato un uomo armato di pistola a uccidere Benazir Bhutto, con un colpo sparato a bruciapelo. Una marcia indietro rispetto alla versione ufficiale (esplosione provocata da un kamikaze e morte per ferita alla testa in seguito alla caduta all'interno del veicolo).

Le bugie raccontate non erano compatibili con i video che hanno fatto il giro del mondo, dove si sentono gli spari, e si vede la Bhutto cadere prima dell'esplosione. Nel servizio di Channel 4, viene ulteriormente smontata anche la versione governativa, secondo cui gli spari ci sono stati ma non hanno colpito l'ex premier: l'auto era blindata, gli altri passeggeri si sono salvati, Benazir Bhutto cade, come detto, in occasione degli spari e prima dell'esplosione.







Musharraf ha però aggiunto che la donna "si è esposta per sua volontà a un rischio eccessivo. Il mio governo ha fatto tutto il possibile per garantire la sicurezza della Bhutto, che è stata uccisa mentre salutava i sostenitori dalla sua automobile. Ma per avere voluto stare in piedi con la testa fuori dall’automobile penso che vada criticata. E la colpa e solo sua e di nessun altro. La responsabilità è sua». Che classe, che tempra.

L'attentato precedente, il giorno del rientro di Benazir Bhutto in Pakistan, non era stato rivendicato (così come quello successivo). Il giorno stesso la Bhutto l'aveva attribuito con sicurezza ai seguaci dell'ex dittatore Muhammad Zia-ul-Haq, autore del golpe contro il governo del padre e suo assassino, e aveva accusato sia il governo, per non aver fatto nulla per impedire la strage, denunciata per tempo dai servizi segreti, sia alcuni nomi e settori eversivi della stessa intelligence e dell'esercito di Musharraf.
L'assassinio sembra il risultato di un'intesa tra quei settori eversivi dell'Isi che hanno supportato i talebani, e gestiscono l'estremismo islamico anche per obiettivi esterni: la contesa sul Kashmir contro l'India, per riprendere il controllo dell'Afghanistan e arrivare all'Asia Centrale.

Per le indagini sull'attentato del 27 dicembre, su pressioni dei governi stranieri, Musharraf ha chiesto la collaborazione di Scotland Yard. Non sarà invece nominata una commissione internazionale, trattandosi di un fatto di competenza nazionale.

Tra gli ambienti apertamente ostili a Musharraf, emerge quello degli avvocati. Ayub Market, un borgo di Islamabad costituito da strade strette piene di botteghe, è il centro della rivolta dei legali: qui da mesi gli avvocati della capitale, come i colleghi e i giudici del resto del Pakistan, lottano contro il generale diventato presidente, in nome dell'indipendenza del potere giudiziario. Niazzalah Khan Niaz si fa portavoce: "Chiediamo il ritorno della legalità, il rientro dei giudici destituiti dal presidente, il ripristino della Costituzione senza nessun emendamento".

A marzo, con le manifestazioni contro la rimozione del capo della Corte suprema Iftikhar Chaudry, gli avvocati hanno dato il via via al movimento di protesta civile. La situazione è peggiorata per il generale, con l'inasprirsi dello scontro con gli islamisti, l'aumento delle pressioni internazionali, il ritorno degli oppositori, l'assassinio della Bhutto.



Feisel Rafiq Malik è uno dei leader della protesta a Islamabad. Indossa quella che è la diventata la "divisa dei rivoltosi": abito scuro con cravatta nera, camicia bianca e fazzoletto fuori dal taschino, in un Paese dove quasi tutti vestono ancora in abiti tradizionali. Lo studio di Malik, come tutti quelli di Ayub Market, è una stanza di quattro metri per cinque, arredata con una scrivania e qualche sedia per i clienti: sopra la vetrina l'insegna scritta in urdu e in inglese. L'avvocato parla durante l'ora di sciopero quotidiana che lui e i suoi colleghi mettono in atto da marzo, insieme a una marcia settimanale, per tenere viva la protesta: "Da solo un parassita ruba sangue a un cane - spiega - ma quando il parassita crea una rete di suoi simili che ne attaccano ogni punto vitale, il cane poi muore". Il cane è il Pakistan, i parassiti i militari guidati da Musharraf colpevoli di utilizzare l'80% del budget nazionale in spese per la difesa e di aver messo in piedi un sistema di corruzione e clientelarismo che condanna la maggior parte della popolazione pachistana alla povertà.

Secondo Malik l'omicidio di Benazir Bhutto e il conseguente rinvio delle elezioni sono tentativi di salvarsi operati da un regime in difficoltà: "Io non la avrei votata, ma era comunque una grande leader. Avrebbe vinto le elezioni e costretto Musharraf a compromessi. Ora lei non c'è più e il governo ha rimandato le elezioni con la scusa della violenza. Ma tutti noi sappiamo che il materiale bruciato poteva essere rimpiazzato in poche ore: Musharraf pensa di governare un paese di stupidi. Le sue azioni hanno provocato un risveglio fra la gente. Dopo di noi, hanno cominciato a protestare gli studenti, le donne, i giornalisti e la società civile. Il Pakistan si sta svegliando, ve lo assicuro".

Il Paese è storicamente stretto tra due fuochi, i generali golpisti e l'estremismo confessionale. I primi gestiscono il materiale nucleare, il narcotraffico e Musharraf, i secondi sfornano annualmente più di 3000 terroristi-contrabbandieri, seminaristi religiosi o appunto taleban. Il risultato è un regno del terrore, alimentato da un rigido controllo che integra sacro e profano.

Le elezioni politiche del tormentato Pakistan sono state rinviate al 18 febbraio, nonostante le proteste del Partito del Popolo del Pakistan, che probabilmente avrebbe preferito sfruttare l'ondata emotiva e di sdegno che ha colpito la popolazione con la morte di Benazir Bhutto.

Massimo

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