giovedì 11 ottobre 2007

Ottanta per cento... ma per chi?

Provo a sintetizzare il percorso che ha portato al "referendum" dei giorni scorsi sul welfare, e a fare poi una riflessione sia sul tema, sia sull'esito ufficioso delle votazioni, in base ai quali avrebbe vinto nettamente il "si".



RIEPILOGO

Il 23 luglio il governo e le parti sociali hanno siglato un accordo sul welfare (stato sociale) e mercato di lavoro. Tra i sindacati confederati emergevano le critiche della CGIL che aveva firmato "con riserva" su tre punti critici presenti nell'accordo: risorse insufficienti per il superamento dello scalone Maroni, estensione di alcune tipologie di lavoro flessibile, detassazione degli straordinari.

La Fiom, il sindacato dei metalmeccanici che fa capo alla CGIL, nonché il più antico sindacato industriale italiano, il 12 settembre scorso ha rifiutato l'accordo. E' stata la prima volta dal 1946 che una federazione della CGIL ha votato contro un accordo interconfederale siglato dal "suo" sindacato. Di qui il referendum dei giorni scorsi che ha coinvolto tutti i lavoratori, con 30 mila seggi distribuiti sul territorio nazionale nelle aziende, nelle sedi sindacali e dei patronati, e "itineranti" nei piccoli comuni.


L'ACCORDO

Sul contenuto dell'accordo, rimando a una sintesi di matrice governativa, che - per quanto di parte e necessariamente stringata - può aiutare a focalizzare la questione. Segnalo inoltre una sintesi delle ragioni del "no", e una tabella analitica della CGIL.

Sinceramente, ero molto combattuto, un po' per la complessità della materia, un po' perché vedo luci e ombre (parecchie) nelle politiche sociali del governo, un po' per due visioni opposte che si accavallano. La prima, volendo banalizzare, potrebbe essere definita massimalismo, ma comprende, mi sembra, ragioni pratiche che evidenzio piu' avanti.

Quand'era ora di prendere voti, sembrava che il primo impegno dell'Unione sarebbe stato spazzare via la Legge 30 (mi rifiuto di chiamarla con il nome del povero Marco Biagi). Mi pare non sia successo. Ci sono diversi altri punti, in particolare sulle pensioni, sui quali non sono soddisfatto. Mancano probabilmente i soldi per mantenere il livello di pensioni corrisposte finora, ma eliminare alcune anomalie migliorerebbe di molto la situazione. Mi pare non sia stato fatto. E in ogni caso sono molto perplesso: la stessa CGIL si preoccupa molto dello scalone, che può creare un disagio temporaneo a chi sta comunque per andare in pensione con una buona mensilità, e molto meno del fatto che la generazione degli attuali trentenni e quelle successive andranno in pensione a un'età indefinita, dopo aver pagato i contributi come gli altri, in molti casi dopo un periodo interminabile di precariato, per avere una somma che oggi danno a chi non ha versato alcunché: si parla del 40-50% dell'ultimo stipendio; la somma sarà calcolata con parametri penalizzanti rispetto a prima, in particolare grazie al passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, tanto lodato in nome dei tagli alla spesa.
Senza contare che la liquidazione/TFR è stato scippato a questa generazione per limitare l'erosione della pensione, e che il sistema previdenziale è arrivato sull'orlo del collasso, tanto da rendere necessaria una riforma molto penalizzante, grazie a decenni di falsi invalidi, baby pensionamenti per gli statali (qualcuno è andato in pensione a QUARANT'ANNI di età, senza aver fatto un lavoro usurante), infortuni e pensioni di invalidità pagate con i soldi delle pensioni normali, anziché come costi sociali, come avviene ad esempio per la sanità.
Tragicomicamente il "riordino degli enti previdenziali", invece di eliminare alcune di queste anomalie, andrà a caricare ulteriormente il sistema pensionistico, gravandolo di spese attualmente coperte con altri fondi.

La detassazione degli straordinari, contestata anche dalla CGIL, aumenta il carico di lavoro per gli occupati, riducendo le opportunità per precari e disoccupati. Che sia una mossa gradita a Montezemolo, che l'ha caldeggiata, è una ben magra consolazione, per usare un eufemismo.
I grandi privilegiati non hanno certo il problema di trovare o conservare il posto di lavoro. Mentre alle persone normali consentirebbe condizioni di vita migliori. Ai giovani accusati, giustamente, di essere "bamboccioni", qualche garanzia in più consentirebbe inoltre di prendere decisioni importanti. O almeno di non avere scuse.

Se gli straordinari arrivano, paradossalmente, a costare al datore di lavoro meno delle ore ordinarie, si facilita ulteriormente la sua scelta di ricorrere, per la stessa mole di lavoro, al sovraccarico delle persone oberate, magari sottopagate e "ricattate", piuttosto che all'assunzione di personale.

Il governo avrebbe dovuto disincentivare il lavoro precario, unica via per limitarlo. Finché non sarà fatto seriamente, le aziende, puntando logicamente al profitto, ricorreranno a queste forme di rapporto di lavoro, più economiche nonché meno impegnative e vincolanti.



MASSIMALISMO O TURARSI IL NASO?
In sostanza, l'accordo preso a luglio non mi sembrava positivo.
Volendo essere meno drastici: anche se l'accordo non è un granché, l'alternativa è Berlusconi, e di conseguenza un accordo presumibilmente ancora peggiore. Quindi c'è la tentazione di "turarsi il naso", come diceva il grande Montanelli, e accettare il meno peggio.
Se però questo ragionamento diventa sistematico, qualunque governo "di sinistra" sa di poter propinare le peggiori nefandezze perché tanto i suoi "fedeli" ingoiano tutto pur di non cadere nella brace (Berlusconi).
E questo ha spostato il mio voto verso il no. Ultimamente la mia intolleranza per le decisioni discutibili e calate dall'alto è aumentata, e questo si ripercuote sulla mia posizione sulle primarie di domenica, e sulle aspettative sul Partito Democratico.


OTTANTA PER CENTO?

Il "no" ha vinto in diversi ambienti, come le grandi fabbriche, con percentuali superiori all'80% alla Fiat. Anche in ambienti molto diversi, come ad esempio gli enti pubblici, il "no" ha prevalso, superando in alcuni casi il 70% (ne ho testimonianza diretta e non di parte, tramite comunicazione di sindacati che avevano promosso il "si").
Eppure dati ufficiosi ribaltano il risultato, attribuendo al "si" una vittoria schiacciante (80%). Quelli ufficiali sono attesi per domani a mezzogiorno. Ma si sa che in questi casi il si vince sempre, come ci ha ricordato ieri Jena.

Luigi Angeletti, segretario generale, ha sottolineato che "hanno votato no quelle aziende dove negli ultimi 20 anni non è stato approvato nessun accordo". Anche il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha minimizzato il no delle grandi fabbriche: "Non sono preoccupato perché ogni volta si usa Mirafiori ma all'Ilva, la più grande azienda metalmeccanica italiana, ha vinto il sì con l'80 per cento e il dato è definitivo".

Il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi, ha commentato così i risultati: «emerge un dato di fatto: una clamorosa differenza tra il voto nei grandi luoghi di lavoro e il resto del voto. Dai grandi luoghi di lavoro, infatti, è emerso il dato vero: il sì e il no se la sono giocata alla pari perché è arrivata anche l'informazione per il 'no'; nelle altre aziende, invece, tutto lo strumento era in mano al 'si', come se il 'no' non avesse diritto di cittadinanza". E' significativo che chi ha scatenato il putiferio accetti il risultato dei risultati ufficiali, e provi a darne una spiegazione. Ma rimango perplesso...





Massimo

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