Le immagini degli attacchi alle Torri Gemelle hanno avuto un impatto mediatico ed emotivo enorme, ma - ci dicono i Tg - a distanza di 8 anni gli americani vivono diversamente le celebrazioni della tragedia, per la prima volta con un presidente diverso rispetto a chi era in carica quel giorno. A maggior ragione è bene ricordare anche un'altra triste ricorrenza, l'11 settembre 1973, giorno del colpo di stato in Cile, in cui il governo socialista democraticamente eletto fu sanguinosamente destituito con un colpo di stato.
Sintetizzo le informazioni riportate da wikipedia. Tre anni prima del golpe, le elezioni si erano concluse con la vittoria di misura di Salvador Allende. I suoi oppositori gli contestavano il fatto di aver ottenuto solo una maggioranza relativa (37,8% con la coalizione Unidad Popular), che non lo legittimava a portare avanti il suo programma di ampie riforme, mentre i sostenitori sottolineavano la maggioranza assoluta conquistata dai partiti di sinistra: ai voti ottenuti dall'Unità Popolare, bisognava aggiungere il 27,9% del cristiano-democratico Radomiro Tomic, con un programma simile a quello di Allende. L'ex presidente conservatore Jorge Alessandri aveva ottenuto il 35,8%. In base alla costituzione, il Congresso doveva scegliere tra i due candidati che avevano ricevuto più voti. Come nelle occasioni precedenti, il Congresso scelse semplicemente in candidato più votato. Si opponevano ad Allende sia diversi settori della società cilena sia gli Stati Uniti, che esercitarono una pressione diplomatica ed economica sul governo. "La vía cilena al socialismo" di Allende comprendeva la nazionalizzazione di alcune grandi imprese, in particolare del rame, la riforma del sistema sanitario, una continuazione delle riforme del suo predecessore Eduardo Frei Montalva sul sistema scolastico, la distribuzione di latte gratis per i bambini, e un tentativo di riforma agraria.
L'11 settembre 1973 le forze armate cilene attuarono un colpo di stato bombardando il Palazzo Presidenziale con caccia Hawker Hunter (di produzione britannica). Durante gli attacchi Allende rimase ucciso. Il potere fu preso da una "junta" guidata da Augusto Pinochet, che due giorni dopo il golpe sciolse il Congresso e mise fuori legge i partiti dell'Unità Popolare. Lo Stadio Nazionale venne usato come immensa prigione: 130.000 sostenitori di Allende arrestati in tre anni, oltre a migliaia di "scomparsi" in pochi mesi. Pinochet consolidò il suo controllo sulla giunta, mantenendone la guida solitaria (nonostante gli accordi prevedessero la rotazione tra i membri), e poi ottenendo la nomina a Presidente della Repubblica.
Allende è stato uno dei pochi presidenti eletti democraticamente che abbiano provato a costruire una società socialista. Per questo il golpe di Pinochet, appoggiato dagli Stati Uniti, ebbe una grande influenza politica nel mondo. Fu probabilmente un intervento mirato a stroncare sul nascere la via democratica al socialismo, un avvertimento ai partiti socialisti e comunisti che stavano maturando democraticamente il consenso nel mondo. In Italia negli '70 si parlò di una "paura di vincere" da parte del PCI. Prima con la P2, e soprattutto negli anni '90 con la scoperta di Gladio, confermarono i sospetti di piani in atto per l'eliminazione o il ridimensionamento del comunismo in Italia. La consapevolezza di non poter arrivare democraticamente al socialismo favorì probabilmente lo sviluppo della lotta armata e del terrorismo.
Gil Stati Uniti non nascosero la loro ostilità verso Allende, mentre il ruolo attivo nel golpe era una questione controversa. Il Consigliere Nazionale per la Sicurezza Henry Kissinger disse al presidente Richard Nixon che gli Stati Uniti "non avevano fatto il golpe" ma ne avevano "creato le condizioni il più possibile". Lo stesso Nixon aveva parlato con disappunto del colpo fallito in precedenza nello stesso anno. Documenti declassificati negli anni '90 mostrano che il governo degli Stati Uniti e la CIA avevano cercato di rovesciare Allende nel 1970, immediatamente dopo la sua elezione ("Progetto FUBELT" http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_FUBELT). Gli ingenti aiuti economici inviati al Cile durante la presidenza Frei furono quasi cancellati una volta insediato Allende. Sempre wikipedia segnala una comunicazione segreta inviata da Thomas Karamessines, Vice Direttore delle Operazioni della CIA, del 16 ottobre 1970 (dopo le elezioni ma prima dell'insediamento di Allende): "È politica ferma e in atto che Allende venga rovesciato da un golpe... è imperativo che queste operazioni vengano intraprese clandestinamente e in sicurezza, in modo tale che la mano americana e del Governo degli Stati Uniti rimanga ben nascosta". Nel 2003, l'allora Segretario di Stato americano Colin Powell dichiarò: "Ciò che successe a Mr. Allende, non è una parte della storia americana di cui siamo fieri". I quotidiani cileni la celebrarono come la prima ammissione di coinvolgimento nel golpe da parte del governo statunitense.
Uno dei cortometraggi del film "11 settembre 2001", quello realizzato da Ken Loach, realizza un parallelo tra la tragedia del golpe e quella delle Torri Gemelle.
Per la serie "La vergogna questa sconosciuta", Clemente Mastella, dopo aver ricattato l'Unione per fare il ministro della Giustizia e "regalarci" l'indulto, aver fatto cadere il governo Prodi, e aver cambiato per l'ennesima volta bandiera, fa sapere ai cittadini italiani, che in buona parte prendono la stessa cifra in una settimana, che 290 euro al giorno sono una miseria. Eppure glieli danno come extra, per pagarsi albergo e vitto. "Una diaria di 290 euro! 'Sta miseria. Non ci si sta dentro. Questi non sanno cosa si prende al Parlamento italiano" ha dichiarato il campione della coerenza una volta appreso cosa spetta ai parlamentari europei. Il motivo del disappunto nasce dal fatto che fino allo scorso mandato gli europarlamentari percepivano una retribuzione legata ai parlamentari del loro Stato, mentre ora la diaria è stata uniformata, con grande giubilo dei paesi dell'Est e grande scorno di Mastella & C., visto che i nostri onorevoli sono, ovviamente, i meglio retribuiti d'Europa. D'altra parte la qualità si paga.
"Si prende meno che in Italia" urla Clemente, che si precipita ad informarsi sul meccanismo delle firme-presenze e sui sistemi per arrotondare un po'. Ai 295 euro al giorno pagati dall'UE ai suoi deputati per albergo e vitto, bisogna aggiungere la retribuzione mensile di 7.666 euro lordi indicizzati, 5.700 euro netti. E naturalmente la solita "cornucopiosa" sequenza di benefit della casta:
Una "correzione" legata alla durata del viaggio e alla distanza fra casa e aeroporto (tre euro al chilometro)
Pensione dopo cinque anni, a fine mandato (un po' come noi "giovani" che dovremo andare in tripla cifra tra età anagrafica e anzianità lavorativa, per prendere quello che oggi danno come pensione minima o sociale a chi non ha versato un euro)
4.402 euro al mese per spese generali, che naturalmente non devono essere documentate e dimostrate (attenzione! E' necessario essere presenti in aula ben sette volte all'anno!)
17.570 euro mensili per l'indennità di segreteria: stipendi e spese degli assistenti scelti dal deputato. Anche per questa cifra finora non è stata richiesta una ricevuta, e magari i collaboratori erano condivisi fra deputati
Per i biglietti aerei ora finalmente serve la ricevuta, così magari finirà la magnifica abitudine di farsi rimborsare la business class per voli low cost o viaggi in auto
Benzina: 0,49 euro al km
4.148 euro per viaggi fuori dai rispettivi Stati
149 euro al giorno, hotel escluso, per missioni extra-Ue
Finisce così - riferisce Repubblica - l'escamotage di incassare 1.500 euro in nero a settimana per i viaggi aerei che i deputati compiono per le tre settimane mensili di sedute a Bruxelles o Strasburgo. Alcuni, peraltro, si facevano vedere all'Europarlamento anche la quarta settimana, di solito riservata al collegio di casa (altri 1.500 euro).
Una serie di privilegi un po' nauseabonda. Il malcostume dunque non è esclusiva italiana, ma nel nostro Paese è tale da aver fatto fiorire un apposito filone editoriale di libri sulle caste e i privilegi. In più Mastella, sputando su 290 euro al giorno di extra di fronte a tanti italiani che campano con mille euro al mese, conferma clamorosamente anche la distanza tra i politici di professione e il mondo reale.
Caro Clemente, fai il favore: ora che sei tornato al centrodestra, restaci.
Segnalo, grazie a Gianpaolo, un articolo di Andrea Bertaglio sul sito Terranauta.it, un'analisi della politica agroalimentare di Barack Obama, in merito all'assegnazione di un importante carica del settore. Purtroppo, emergono dinamiche tristemente note dell'amministrazione statunitense: le multinazionali condizionano pesantemente l'amministrazione degli Stati Uniti e quindi di buona parte del mondo. Spesso finanziano la campagna di entrambi i candidati alla presidenza, e dopo il voto passano a riscuotere.
“E' più che mai evidente che il presidente non risponde unicamente ai suoi cittadini, ai suoi elettori o ai suoi 'supporters on line' che ne hanno fatto una star in breve tempo, quando si vedono colossi come la Monsanto ricevere in dono posizioni di potere nel settore agro-alimentare. È infatti di poco tempo fa la decisione di Barack Obama di affidare a Michael Taylor, un avvocato della Monsanto, appunto, il compito di dirigere il nuovo «Food Safety Working Group» - Gruppo di Lavoro per l’Igiene degli Alimenti. Taylor , oltre ad essere un avvocato del colosso biotech della famiglia Shapiro (ed un mago del conflitto d’interessi), è anche periodicamente un consulente della Food and Drug Administration (FDA), l’ente che negli Stati Uniti autorizza i farmaci. Nel 1991, come vice-commissario per le politiche della FDA, Taylor fu tra quelli che più efficacemente indussero l’ente federale ad autorizzare l’uso dell’ormone della crescita geneticamente modificato (dalla Monsanto) per le vacche da latte e i vitelli da carne. In particolare, Taylor fu l’estensore dei regolamenti della FDA sulle etichette alimentari: quelli che vietano in USA di segnalare la presenza di ormone della crescita nelle etichette sulle confezioni di latte, yogurt e formaggi freschi. Nel 1994 Taylor era al ministero americano dell’Agricoltura (USDA) come amministratore del servizio ministeriale di Igiene ed Ispezioni Alimentari. Nel 1998, invece, Taylor è tornato alla Monsanto come vice-presidente delle «politiche pubbliche», ossia della potente attività di lobby della multinazionale”.
Per le associazioni ambientaliste o di consumo critico, Monsanto è praticamente la nemesi.
Nota per la produzione di OGM, in particolare sementi, e altre biotecnologie, Monsanto è periodicamente sotto processo per i danni causati dai suoi prodotti, e oggetto di boicottaggio. Durante la crisi del '29 introduce nell'industria i policlorobifenili (PBC): inerti, resistenti al calore, utili all’industria elettrica e come liquidi refrigeranti nei trasformatori. Pochi anni dopo si scopre che il PCB è un composto chimico tossico, ma la Monsanto va avanti pressoché indisturbata. Negli anni '40 si occupa di diossine e fabbrica l’erbicida noto come 245T. Così efficace che già negli anni '60 le grandi praterie americane, così infestate, diventano «silenti» perché prive di animale: partono le prime campagne ecologiche americane. L’erbicida è così potente che l’esercito americano lo usa come defoliante nella sua guerra in Vietnam. Sempre durante il Vietnam, la Monsanto vende all’esercito americano il tristemente famoso «agente orange». Una volta scoperti gli effetti delle diossine sull’ambiente, nel 1971grazie alle pressioni degli scienziati e dell'opinione pubblica e alle diserzioni in massa dei giovani americani viene sospeso l'uso dell'agente. Un prodotto cancerogeno che ha provocato danni immunitari e riproduttivi che ancora colpiscono i vietnamiti. Negli anni '80 scopre il glifosato, sostanza base per molti erbicidi, e soprattutto del tristemente famoso Roundup, pesticida potente e conveniente, che però fa male agli uomini. I disordini provocati dal glifosato sono noti e documentati, ma le lobbies pro-pesticidi sono ormai potentissime, inarrestabili. Monsanto immette sul mercato una specie di semente resistente al glifosato, per poter vendere sia il Roundup sia le sementi resistenti, Roundup ready. Un pacchetto di cui ha l'esclusiva. Dal 1997 Monsanto comincia a vendere soia, mais e colza transgenici, cioè con un gene "resistente al Roundup". Prodotti che arrivano sulle tavole di tutto il mondo, protetti dall'anonimato dei caratteri microscopici usati sulle etichette per segnalarli. Nel 1998 una delle nuove aziende Biotech del gruppo ha inventato e brevettato la tecnica «sistema di protezione della tecnologia»: una modifica genetica alla pianta che la rende sterile. Più recentemente Monsanto è stata criticata per la produzione di Posilac, un ormone sintetico per l'allevamento, secondo i detrattori non adeguatamente testato e da loro ritenuto colpevole di danni sia al bestiame che all'uomo.
Il timore di aver mitizzato una persona trova purtroppo una conferma. Ma Obama resta, si spesa, l'uomo del cambiamento. Rimangono la portata storica dell'elezione del primo presidente USA afro, e un cambiamento di rotta almeno parziale rispetto ai terribili mandati Bush, molto più ambientalista e meno orientato al business bellico.
Barak Obama è il 44mo Presidente degli Stati Uniti. Il primo di colore della storia del Paese. Accompagnato dalla moglie Michelle, Barack si è recato nella chiesa di St. Johns, poi alla Casa Bianca per un caffè di benvenuto.
Folla a Washington per l'Inauguration Day, e la gente canta 'Goodbye Bush'.
La notizia di questi giorni è lo straordinario successo di Barack Obama, primo Presidente di colore degli Stati Uniti. Un evento eccezionale che segna una pietra miliare nel percorso di integrazione degli afroamericani e di tutte le minoranze (quella ispanica, la più numerosa, ha appoggiato il senatore democratico). In un periodo di paura, prima generata ad arte dagli stessi USA e ora legata alla grave crisi economica, Obama ha puntato sulla speranza e sul cambiamento, e ha vinto. Mettendo fine nel modo migliore agli 8 terribili anni di amministrazione Bush. L'eredità lasciata dal petroliere si aggiunge alle enormi sfide che attendono Obama: crisi economica, emergenza ambientale, conflitti in Irak e Afghanistan, tensioni con i "Paesi canaglia" e rapporti diplomatici complicati con Russia e Cina. Il sogno di un Presidente americano di colore, condiviso da tante persone nel mondo, si è avverato. Ora si spera che le pressioni e i poteri forti non impediscano a Obama di concretizzare la speranza con un cambiamento all'altezza delle grandi aspettative che si sono accumulate su di lui.
A questo evento storico fanno contorno due imprese sportive. La Juventus, in una stagione che fino a qualche settimana fa sembrava piuttosto deludente, ha bissato la vittoria dell'Olimpico contro il Real Madrid andando a vincere 2-0 al Santiago Bernabeu, tempio del calcio quasi inviolabile. Probabilmente è la prima volta che il Real perde sia l'andata sia il ritorno nelle coppe europee. In precedenza, solo 3 volte le squadre italiane avevano vinto sul campo delle merengues: nel 2002 la Roma di Capello, nel 1967 Inter di Helenio Herrera, e nel 1962 ancora la Juve che, grazie a un gol di Omar Sivori, piegò il Real di Puskas, Di Stefano e Gento. La serata di mercoledì scorso è stata dominata da Alex Del Piero, che alle soglie dei 34 anni continua a mostrare il suo talento puro, sorretto da un carisma e una forma eccezionali. Sempre più capitano e uomo squadra, ha steso il Real Madrid con un rasoterra angolato al termine di un'azione personale (17') e con una punizione sul primo palo (67') che sta diventando il marchio di fabbrica della sua strepitosa stagione. E' infatti il suo quarto centro su calcio piazzato dalla distanza, sempre in partite importanti: prodezze simili gli erano riuscite in campionato contro la Roma e in Champions League, nelle partite interne contro lo Zenit e il Real. L'impresa di Alex ha scatenato anche la sportività degli spagnoli: l'ovazione all'uscita dal campo (una bella lezione alle tifoserie italiche) e i titoli entusiasti della stampa spagnola.
«Un capitano, c’è solo un capitano», gridano i 2.500 tifosi bianconeri arrivati dall’Italia e appesi al terzo anello dello stadio dei sogni. Cantano loro, e applaude il resto del popolo merengues, troppo deluso dai suoi, e troppo competente per non rendere omaggio a un campione che t’ha appena abbattuto in casa. Alex si inchina. «Quell’applauso me lo ricorderò per tutta la vita», confesserà. Ronaldinho con la maglia del Barcellona era stato l’ultimo nemico a ricevere l’ovazione del Bernabeu.
Infine, un evento solo apparentemente di nicchia. Tresette, squadra di calcio a 7 che in 26 gare aveva collezionato due pareggi e nessuna vittoria, ha colto ieri sera il primo successo, maturato in modo epico: con 7 giocatori contati, grazie all'assenza del portiere titolare e del suo sostituto a gettone, di un attaccante infortunato di lungo corso e di un fantasista poco attaccato alla maglia, la squadra dell'amicizia ha schierato l'ex attaccante Gigi tra i pali e, trascinata dal capitano-bomber con gli occhiali, nonché da un gol su rinvio dello stesso Gigi, ha rimontato un pesante parziale di 1-4 segnando 4 reti nella ripresa e con una prestazione maschia ha chiuso gloriosamente l'incontro sul 5-4. Lo si era detto, e si è mantenuto l'impegno: qui si scrive la storia. Grazie all'ultrà Teri che, pur seguendo fedelmente una squadra mai vincente (fino a ieri sera), era stato bistrattato dagli ingrati giocatori. Bordate di fischi per chi ha marcato visita per andare alla riunione di condominio: mentre lo stolto sentiva disquisire sulla pulizia delle scale e il collocamento dei bidoni, e si animava in dispute a colpi di millesimi e postille del regolamento, 7 eroi scrivevano la storia. Yes, we can. Yes, we did.
Finita la pausa "addio al celibato", torniamo alle cose serie. Come molti di voi avranno notato, si è manifestato ancora una volta nel nostro Paese un meccanismo consolidato: dopo un lungo periodo in cui il continuo (e sospetto) aumento del costo del petrolio ha causato aumenti notevoli del prezzo del carburante e degli altri beni più o meno controllati dallo stato e legati all'energia (gas, luce...), la discesa dell'oro nero non ha comportato ribassi rilevanti del carburante, né frenato gli altri annunciati aumenti. Segnalo l'intervento di un lettore sul forum telematico del Buongiorno, in cui la questione viene esposta con lucidità e riferimenti oggettivi.
Il problema però si allarga: perché il prezzo del petrolio aumenta? Perché, nonostante sia quotato in dollari, il prezzo in euro è aumentato costantemente (in parallelo a una forte svalutazione della moneta americana rispetto alla nostra)? Qui entrano in gioco diversi fattori, principalmente legati agli interessi dei petrolieri, rappresentati dalla famiglia Bush, e da una serie di questioni statunitensi. Provo a sintetizzare un'analisi che trovate qui: dal patologico deficit commerciale - le importazioni superano sistematicamente le esportazioni - deriva la necessità di svalutare la moneta americana, riducendo i tassi di interesse (il che serve anche a contenere la crisi dei mutui). L'enorme spesa pubblica (legata a quella militare) andrebbe finanziata con le tasse, che non possono essere aumentate (causa allergia degli elettori); né può essere ridotta la spesa pubblica, già ridotta all'osso. Ne deriva il maggior debito statale del mondo. Invece di essere coperto con titoli di stato che contribuirebbero ad aumentare il deficit commerciale, viene coperto stampando quantità enormi di dollari, comprati dagli altri Stati per acquistare il petrolio. Finanziato il deficit statale, gli Usa possono contenere i tassi d'interesse e svalutare il dollaro per cercare di riequilibrare la bilancia commerciale. Questo schema però ha bisogno di prezzi del petrolio sempre crescenti, e dunque è instabile. Di qui gli aumenti sistematici (che vanno aldilà dell'aumento della domanda) e gli eventi traumatici. Il dollaro non ha più il "monopolio" sull'acquisto del petrolio, e questo sembra legato a diversi conflitti recenti o "ventilati": un'ipotesi è che la guerra in Iraq sia stata scatenata dalla decisione dello stato mediorientale di vendere il petrolio in euro anziché in dollari, un'altra è che l'Iran sia il prossimo obiettivo per lo stesso motivo e non tanto per le "uscite" di Ahmadinejad; sembra che sia a rischio anche il Venezuela, che sta sostituendo gli USA come "prestatore di capitali" agli altri stati sudamericani, grazie ai guadagni derivati dall'aumento del prezzo del greggio. Ancora una volta, che dire? Maledetto petrolio!
Si è dimesso il presidente pakistano Pervez Musharraf, in carica dal colpo di stato del 1999. Personaggio contraddittorio, giudicato dagli americani un grande alleato nella lotta al terrorismo, ma sospettato di avere legami stretti proprio con il terrorismo islamico, nei giorni scorsi Musharraf era stato accusato da al-Zawahiri, numero due di Bin Laden, di essere uno dei peggiori nemici degli islamici. Ora Musharraf è stato scaricato dai suoi alleati politici in Pakistan - uno dei partiti alleati si è astenuto dal voto sull'impeachment - e dall'Occidente. Mushahid Hussain, del Pakistan Muslim League, partito del presidente, ha spiegato all'Associated Press che le dimissioni comportano il reintegro dei giudici rimossi lo scorso novembre.
Nei giorni scorsi i partiti di governo avevano chiesto l'impeachment per il presidente, accusato di aver violato la costituzione, di aver gestito male l'economia del Paese e di aver imposto arbitrariamente lo stato di emergenza alla fine del 2007. Si era già ipotizzato l'impeachment a febbraio, quando il generale non si era dimesso nonostante la pesante sconfitta subita dal suo partito alle elezioni: gli avversari politici non riconoscevano la sua carica, acquisita quando era comandante dell'esercito. I leader della coalizione di governo si riuniscono in questi giorni ad Islamabad, nella residenza di Asif Ali' Zardari, per discutere delle elezioni presidenziali, del futuro dell'ex presidente, per il quale l'ipotesi dell'esilio sembra la più probabile, nonché del ripristino dei giudici del Tribunale Supremo, deposti a novembre da Musharraf. Oltre ad Asif Ali' Zardarl, vedovo di Benazir Bhutto e leader del Partito del Popolo, partecipano Nawaz Sharif della Lega Musulmana-N, Asfandyar Wali Khan del partito nazionale Awami e Fazal Ur Rehman della formazione religiosa Jui-F. Differenti le posizioni da conciliare: la Lega di Sharif, infatti, vuole per l'ex presidente il processo per "tradimento" e chiede di nominare il suo successore; posizione ambita anche dalla formazione di Zardari. Non si esclude l'ipotesi di un nuovo candidato donna. Permangono instabilità e tensione in un paese di 170 milioni di abitanti, dotato di arsenale atomico, stretto fra integralismo islamico, terrorismo, esercito e servizi segreti deviati. Anche i leader rimasti in campo con l'allontanamento di Musharraf non lasciano ben sperare: Zardari è tanto corrotto da poter "vantare" il titolo di "Signor 10%" (con riferimento all'entità delle tangenti intascate), Sharif è legato all'integralismo islamico ed è stato a sua volta condannato per corruzione e tradimento (si tratta comunque di un'accusa mossa dalla giunta militare insediatasi con il golpe del 1999, dunque non particolarmente attendibile).
Arrivare sulla notizia 2 settimane prima di Giulietto Chiesa è davvero un'enorme soddisfazione, soprattutto quando lo stesso Chiesa sottolinea come sia stata "bucata" da giornali e televisioni. Come scritto nel post del 30 dicembre, 2 mesi fa Benazir Bhutto dichiarò che Bin Laden era morto, dandolo quasi per scontato e forse lasciando intendere che il silenzio mediatico su questa notizia eclatante fosse voluto e strumentale, per poter proseguire gli interventi militari in corso.
Il video segnalato nello scorso post, riprende una trasmissione di Al Jazeera (edizione inglese). Intervistata da David Frost, a proposito di chi era intenzionato a ucciderla, la Bhutto dichiarò: "One of them is a very key figure in security, a former military officer in Pakistan[...] he also had dealings with Omar Sheikh [Ahmad Omar Saeed Sheikh], the man who murdered Osama bin Laden." Uno di loro è una figura chiave per la sicurezza, un ex ufficiale militare pakistano [...] ha avuto anche rapporti con Omar Sheikh, l'uomo che ha ucciso Bin Laden. Al che Frost rimase impassibile e proseguì l'intervista.
La "bomba" è talmente grande che uno, dopo aver visto il filmato, inizia a pensare: avrò capito male (e così quelli che hanno inserito, postato e sottotitolato il video)... Forse è stato Omar Sheikh a essere ucciso da Bin Laden? Ma la frase non starebbe in piedi, e la Bhutto ha scandito bene: non c'è la possibilità che un verbo ausiliare (per formare un passivo) o un "by" si siano "persi". L'assassino sarebbe Omar Sheikh, ex collaboratore dei servizi segreti pakistani, l'uomo che consegnò a Mohammed Atta 100 mila dollari poco prima dell'11 settembre. I grandi media per oltre due mesi non ne hanno parlato, nemmeno per commentare la dichiarazione o discuterne la credibilità, come ha sottolineato Giulietto Chiesa sul sito megachip e su La Stampa. La BBC, che ha accordi con l'edizione inglese di Al Jazeera per la condivisione di contenuti, ha diffuso una versione in cui la frase su Bin Laden non compare. Il confronto tra video di Al Jazeera, dove la frase sulla morte di Bin Laden è tra i 6' 10" e il 6' 14", e questo filmato del sito BBC world news distribuito da terzi su youtube, evidenzia un "salto" intorno a 2' 16", proprio sulla rivelazione della morte di Bin Laden e del nome dell'assassino. Sebbene la fonte di questa versione non sia è certa, e dunque il "taglio" potrebbe essere stato appunto "posticcio", a fare chiarezza c'è la netta dichiarazione della BBC, che sul sito sito BBC world news spiega come ci sia stato un colpevole errore nel non riferire la notizia, e che tuttavia la Bhutto si era probabilmente sbagliata. Come promesso in chiusura di comunicato, il 9 gennaio è stato ha ripristinata la versione integrale, dove compare la "frase incriminata". E' da prendere in considerazione la possibilità del lapsus. L'autore però era una persona molto importante, preparata, l'argomento era scottante, il nome coinvolto uno dei più "scottanti". Qualche fonte sostiene che la Bhutto abbia inavvertitamente detto "Osama Bin Laden", di cui aveva parlato poco prima, anzichè David Pearl, giornalista americano che in effetti è stato assassinato da Omar Sheikh. Un po' ardita quindi l'ipotesi di una "confusione" tra una vittima innocente, con nome occidentale, e l'"uomo nero", dalle generalità palesemente arabe. E comunque, valeva probabilmente la pena chiedere una rettifica, o discutere l'ipotesi che la dichiarazione fosse fondata.
Forse Bin Laden è morto: cinque anni di guerra basata su questo spauracchio, poi forse qualcuno lo uccide, e nessuno si premura di dirlo? Non era il principe del terrorismo? La ragione per cui l'Occidente continua a bombardare civili e sacrificare soldati in Medio Oriente? Anche se, incredibilmente, sul sito dell'FBI risulta ricercato ma non per l'11 settembre...
E a questo punto, il giornalismo che cosa fa? Informa, o nasconde le notizie scomode? Serve ancora? Può permettersi di farsi surclassare dai blog di controinformazione anche sulle notizie di portata globale?
I mali che affliggono il Pakistan sono molto complessi, ma sembrano concentrarsi nell'ISI, i servizi segreti in cui dominano gli eversori e gli estremisti islamici. Il plurigolpista Musharraf, attuale presidente dello Stato, sarebbe appunto solo un personaggio di facciata dei veri detentori del potere, i generali dell'Isi che lo avevano sostenuto per rafforzare i rapporti con la jihad. Dopo l'11 settembre e la relativa alleanza di facciata con Bush, Musharraf ha espresso - per ottenere ingenti aiuti militari - l'intenzione di tagliare la testa al mostro al-Qaeda/talebani per conservarne il corpo: un "intento" che non ha portato alla cattura di alcun elemento di spicco del "nemico". E' già diffusa un'ipotesi: un giorno il generale Musharraf salirà su un aereo che precipiterà misteriosamente, come già successo al suo predecessore, Muhammad Zia-ul-Haq, morto nel 1988 in un attentato, mai rivendicato.
L'ISI Creata nel 1948 per aumentare l'efficacia degli esistenti servizi segreti nazionali, l'ISI ((Inter Services Intelligence) perse potere negli anni '70, quando alla guida del Paese c'era Zulfagar Bhutto. Riconquistò importanza dal 1977, quando venne affidata al generale Muhammad Zia-ul-Haq, dittatore che depose e fece uccidere Bhutto, e poi, grazie ai finanziamenti americani (CIA), negli anni '80 potenziò l'intelligence, con cui impose al Paese la sharia, la legge basata sul Corano e la Sunna di Maometto. L'ISI, gravemente sospettata di applicare il terrorismo come politica di Stato, nel corso del tempo si è macchiata di numerose colpe, alcune già citate negli ultimi post: - ha generato diversi gruppi di estremismo islamico (Lashkar Jahangoy, Sepah Sahabbah, Lashkar Mohammad) legati all'irredentismo nel Kashmir - ha finanziato prima la resistenza afghana da cui si sviluppò Al Qaeda, poi i talebani, cui ha fornito anche armi, carburante, supporto logistico e diretto, infine i fondamentalisti wahabiti sauditi; soggetti che rafforzarono il loro legame proprio in occasione del conflitto tra l'Afghanistan e i russi, durante il quale si è formato, sotto l'egida della Cia e in chiave antisovietica, un'asse tra l'Isi gestita dal generale Hamid Gol, al-Qaeda di Bin Laden e il principe saudita Turki al-Faiysal; - durante la prima presidenza Bhutto, nell'ambiente dell'ISI erano cresciuti i talebani afgano-pakistani; l'intelligence pakistana ne ha gestito la politica e le campagne, pianificando tra l'altro l'assassinio del loro avversario Ahmad Shah Massoud, leader dell'alleanza del nord afghana - alcuni campi utilizzati per addestrare ribelli per il Kashmir venivano gestiti da Al Qaeda; anche se il rapporto tra l'intelligence pakistana e la rete di Bin Laden è stato per certi versi conflittuale, il tentativo di Musharraf di prendere ufficialmente le distanze dal terrorismo si scontrò con i legami creatisi tra Al Qaeda e il distacco afghano dell'ISI - nei giorni immediatamente precedenti l'attentato contro le Twin Towers, l'intelligence pakistana mandò 100 mila dollari, ricevuti dagli Usa, a Mohammed Atta, e due giorni prima dell'undici settembre fece assassinare Ahmed Shah Massoud, leader dell'Alleanza del Nord, fazione in lotta con i talebani - durante l'intervento americano in Afghanistan, l'ISI ha fatto evacuare oltre 30.000 talebani, dando rifugio ai vari mullah (fra i quali Omar) - l'ISI è ritenuta responsabile di diversi attentati e omicidi politici, in patria e all'estero, tra cui l'undici settembre, gli attentati a Londra del 7 luglio 2005, l'attacco al parlamento indiano, gli attentati contro Benazir Bhutto
L'inaffidabilità e l'integralismo serpeggiante nei servizi segreti e nell'esercito pakistano preoccupano Stati Uniti e non solo. E' circolata un'indiscrezione, poi smentita, su una squadra speciale dell'esercito americano pronta a prendere il controllo e neutralizzare le postazioni nucleari pakistane in caso di emergenza (tentativo di furto o colpo di stato degli integralisti). Da tempo, gli Stati Uniti premono su Musharraf perché i militari che custodiscono materiale o dirigono siti nucleari siano scelti tra coloro senza alcuna inclinazione integralista, e soprattutto hanno chiesto che o membri dell'Isi siano tenuti all’oscuro di dettagli fondamentali relativi al nucleare. Un rapporto ministero degli esteri britannico chiedeva addirittura lo scioglimento della stessa ISI, evidenziando le connessioni tra quell'intelligence e la jihad, e individuando nell’Isi il "governo ombra" del paese di cui il presidente Musharraf sarebbe "ostaggio".
Non pago di aver manipolato i fatti per accusare "i terroristi" dell'assassinio di Benazir Bhutto, ora Musharraf, facendosi beffe del buon gusto, dichiara che la vittima "vada criticata" perché "stava in piedi sull'auto". Dopo aver escluso per giorni l'ipotesi degli spari di un uomo armato, il Presidente pakistano, in una intervista alla CBS, ha ammesso che probabilmente è stato un uomo armato di pistola a uccidere Benazir Bhutto, con un colpo sparato a bruciapelo. Una marcia indietro rispetto alla versione ufficiale (esplosione provocata da un kamikaze e morte per ferita alla testa in seguito alla caduta all'interno del veicolo).
Le bugie raccontate non erano compatibili con i video che hanno fatto il giro del mondo, dove si sentono gli spari, e si vede la Bhutto cadere prima dell'esplosione. Nel servizio di Channel 4, viene ulteriormente smontata anche la versione governativa, secondo cui gli spari ci sono stati ma non hanno colpito l'ex premier: l'auto era blindata, gli altri passeggeri si sono salvati, Benazir Bhutto cade, come detto, in occasione degli spari e prima dell'esplosione.
Musharraf ha però aggiunto che la donna "si è esposta per sua volontà a un rischio eccessivo. Il mio governo ha fatto tutto il possibile per garantire la sicurezza della Bhutto, che è stata uccisa mentre salutava i sostenitori dalla sua automobile. Ma per avere voluto stare in piedi con la testa fuori dall’automobile penso che vada criticata. E la colpa e solo sua e di nessun altro. La responsabilità è sua». Che classe, che tempra.
L'attentato precedente, il giorno del rientro di Benazir Bhutto in Pakistan, non era stato rivendicato (così come quello successivo). Il giorno stesso la Bhutto l'aveva attribuito con sicurezza ai seguaci dell'ex dittatore Muhammad Zia-ul-Haq, autore del golpe contro il governo del padre e suo assassino, e aveva accusato sia il governo, per non aver fatto nulla per impedire la strage, denunciata per tempo dai servizi segreti, sia alcuni nomi e settori eversivi della stessa intelligence e dell'esercito di Musharraf. L'assassinio sembra il risultato di un'intesa tra quei settori eversivi dell'Isi che hanno supportato i talebani, e gestiscono l'estremismo islamico anche per obiettivi esterni: la contesa sul Kashmir contro l'India, per riprendere il controllo dell'Afghanistan e arrivare all'Asia Centrale.
Per le indagini sull'attentato del 27 dicembre, su pressioni dei governi stranieri, Musharraf ha chiesto la collaborazione di Scotland Yard. Non sarà invece nominata una commissione internazionale, trattandosi di un fatto di competenza nazionale.
Tra gli ambienti apertamente ostili a Musharraf, emerge quello degli avvocati. Ayub Market, un borgo di Islamabad costituito da strade strette piene di botteghe, è il centro della rivolta dei legali: qui da mesi gli avvocati della capitale, come i colleghi e i giudici del resto del Pakistan, lottano contro il generale diventato presidente, in nome dell'indipendenza del potere giudiziario. Niazzalah Khan Niaz si fa portavoce: "Chiediamo il ritorno della legalità, il rientro dei giudici destituiti dal presidente, il ripristino della Costituzione senza nessun emendamento".
A marzo, con le manifestazioni contro la rimozione del capo della Corte suprema Iftikhar Chaudry, gli avvocati hanno dato il via via al movimento di protesta civile. La situazione è peggiorata per il generale, con l'inasprirsi dello scontro con gli islamisti, l'aumento delle pressioni internazionali, il ritorno degli oppositori, l'assassinio della Bhutto.
Feisel Rafiq Malik è uno dei leader della protesta a Islamabad. Indossa quella che è la diventata la "divisa dei rivoltosi": abito scuro con cravatta nera, camicia bianca e fazzoletto fuori dal taschino, in un Paese dove quasi tutti vestono ancora in abiti tradizionali. Lo studio di Malik, come tutti quelli di Ayub Market, è una stanza di quattro metri per cinque, arredata con una scrivania e qualche sedia per i clienti: sopra la vetrina l'insegna scritta in urdu e in inglese. L'avvocato parla durante l'ora di sciopero quotidiana che lui e i suoi colleghi mettono in atto da marzo, insieme a una marcia settimanale, per tenere viva la protesta: "Da solo un parassita ruba sangue a un cane - spiega - ma quando il parassita crea una rete di suoi simili che ne attaccano ogni punto vitale, il cane poi muore". Il cane è il Pakistan, i parassiti i militari guidati da Musharraf colpevoli di utilizzare l'80% del budget nazionale in spese per la difesa e di aver messo in piedi un sistema di corruzione e clientelarismo che condanna la maggior parte della popolazione pachistana alla povertà.
Secondo Malik l'omicidio di Benazir Bhutto e il conseguente rinvio delle elezioni sono tentativi di salvarsi operati da un regime in difficoltà: "Io non la avrei votata, ma era comunque una grande leader. Avrebbe vinto le elezioni e costretto Musharraf a compromessi. Ora lei non c'è più e il governo ha rimandato le elezioni con la scusa della violenza. Ma tutti noi sappiamo che il materiale bruciato poteva essere rimpiazzato in poche ore: Musharraf pensa di governare un paese di stupidi. Le sue azioni hanno provocato un risveglio fra la gente. Dopo di noi, hanno cominciato a protestare gli studenti, le donne, i giornalisti e la società civile. Il Pakistan si sta svegliando, ve lo assicuro".
Il Paese è storicamente stretto tra due fuochi, i generali golpisti e l'estremismo confessionale. I primi gestiscono il materiale nucleare, il narcotraffico e Musharraf, i secondi sfornano annualmente più di 3000 terroristi-contrabbandieri, seminaristi religiosi o appunto taleban. Il risultato è un regno del terrore, alimentato da un rigido controllo che integra sacro e profano.
Le elezioni politiche del tormentato Pakistan sono state rinviate al 18 febbraio, nonostante le proteste del Partito del Popolo del Pakistan, che probabilmente avrebbe preferito sfruttare l'ondata emotiva e di sdegno che ha colpito la popolazione con la morte di Benazir Bhutto.
Mi ero riproposto per il blog di iniziare l'anno con qualcosa di positivo. Con un po' di buona volontà, si trova qualche buona notizia:Torino si conferma la città italiana più a misura di bambino: "vince per aver dimostrato di essere dotata di uffici comunali competenti, capaci di dare continuità ai progetti rivolti ai ragazzi nel corso del tempo nonostante i cambi di giunta. In particolare il rapporto giudica interessante l'esperienza del laboratorio 'Città sostenibile', un organismo che vede coinvolti più assessorati per promuovere qualità della vita urbana e partecipazione dei bambini.
Un disegno dei bambini di Torino sulla raccolta differenziata
Diversi studi scientifici dimostrano che perdonare fa bene alla salute. Studi accademici americani confermano quel che il Vangelo insegna e il buon senso suggerisce: perdonare i torti subiti e, in generale, il superamento della rabbia comportano un abbassamento della pressione, un minore rischio di depressione, infarti e problemi cardiaci.
Il primo turno delle primarie (il Caucus che tradizionalmente si svolge in Iowa) indica Barack Obama come favorito tra i candidati del Partito Democratico alla presidenza degli Stati Uniti, il cui voto avrà luogo il prossimo novembre. Un afroamericano, per quanto di buona famiglia bianca, rappresenterebbe una svolta "democratica" più significativa di Hillary Clinton, donna ma innegabilmente più legata al sistema (come moglie dell'ex presidente Bill Clinton e non solo).
Infine, una raccolta di citazioni di Einstein, cui sono approdato per percorsi più o meno casuali... Volevo sceglierne solo alcune ma era veramente arduo...
Quando un uomo siede un'ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività.
Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.
È meglio essere ottimisti ed avere torto piuttosto che pessimisti ed avere ragione.
La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre.
Non hai veramente capito qualcosa fino a quando non sei in grado di spiegarlo a tua nonna.
La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti.
Il processo di una scoperta scientifica è, in effetti, un continuo conflitto di meraviglie.
Il ricordo della felicità non è più felicità, il ricordo del dolore è ancora dolore.
L'immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l'immaginazione abbraccia il mondo.
Il buon senso è l'insieme di pregiudizi acquisiti fino ai diciott'anni.
Io credo nel Dio di Spinoza che si rivela nella ordinaria armonia di ciò che esiste, non in un Dio che si preoccupa del fato e delle azioni degli esseri umani.
L'arte è l'espressione del pensiero più profondo nel modo più semplice.
La ricerca della verità è più preziosa del suo possesso.
La scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca.
Non esiste il benché minimo indizio che faccia pensare che l'energia nucleare diverrà mai accessibile, perché questo comporterebbe essere in grado di scindere l'atomo a comando.
Non preoccuparti per le tue difficoltà in matematica, ti assicuro che le mie sono ancora più grandi.
Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l'ha generato.
Nulla è più pratico di una buona teoria.
Per quanto le leggi della matematica si riferiscano alla realtà, esse non sono certe, e per quanto siano certe, esse non si riferiscono alla realtà.
Quando la soluzione è semplice, Dio sta rispondendo.
Talvolta uno paga di più le cose che ha avuto gratis.
Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, ma riguardo l'universo ho ancora dei dubbi.
È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.
Non penso mai al futuro, arriva così presto.
Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa.
Tutto è relativo. Prendi un ultracentenario che rompe uno specchio: sarà ben lieto di sapere che ha ancora sette anni di disgrazie.
Se i fatti e la teoria non concordano, cambia i fatti.
Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno.
La differenza tra un genio e uno stupido è che il genio ha dei limiti.
La teoria è quando si sa tutto e niente funziona. La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa il perché. In questo caso abbiamo messo insieme la teoria e la pratica: non c'è niente che funziona...e nessuno sa il perché!
Fate le cose nel modo più semplice possibile, ma senza semplificare.
Io non so con quali armi sarà combattuta la III Guerra Mondiale, ma so che la IV Guerra Mondiale sarà combattuta con pietre e bastoni.
Una cosa ho imparato nella mia lunga vita: che tutta la nostra scienza è primitiva e infantile eppure è la cosa più preziosa che abbiamo.
L'importante è non smettere di fare domande.
I computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi. Gli uomini sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti. Insieme sono una potenza che supera l'immaginazione.
Solo quelli che sono così folli da pensare di cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l'inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare.
La modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo, altrimenti il pianeta non si salva.
I grandi spiriti hanno sempre incontrato violenta opposizione da parte delle menti mediocri.
Il nazionalismo è una malattia infantile. È il morbillo dell'umanità.
La ricerca della verità è più preziosa del suo possesso.
La saggezza non è il risultato di un'educazione, ma del tentativo di una vita intera di acquisirla.
Il 27 dicembre scorso è stata assassinata Benazir Bhutto, ex primo ministro pakistano (dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996), prima donna a guidare una nazione musulmana. Rientrata da poco da un esilio volontario di 8 anni, guidava l'opposizione ed era candidata favorita alle elezioni programmate per l'8 gennaio prossimo, probabilmente rinviate in seguito all'attentato.
UNA FIGURA FORTE E SC0MODA Una figura forte, speranza per la democrazia, se non altro in quanto donna leader in un paese islamico particolarmente instabile. Il suo ritorno aveva sconvolto i piani di integralisti e filotalebani, che puntavano sul logoramento di Musharraf per mettere in atto un progetto eversivo. All'odio misogino dei fondamentalisti si aggiungono altre motivazioni: le doti di Benazir, il fascino esercitato dalla sua famiglia fra i ceti popolari, il vuoto politico creato da una dittatura prima accettata come il male minore, poi rifiutata perché incapace di sradicare il male peggiore. Benazir Bhutto sembrava la persona in grado di organizzare la volontà di resistenza alla deriva teocratica, e costruire un percorso verso la democrazia.
ACCUSE DI CORRUZIONE, ESILIO, ATTENTATI Entrambi i suoi mandati vennero interrotti per accuse di corruzione, che nel 1996 coinvolsero anche il marito, Asif Ali Zardari, il quale da ministro veniva chiamato "Mister 10%" per le tangenti che avrebbe preteso dagli uomini d'affari. Fino alla modifica della Costituzione operata nel 2002 da Pervez Musharraf, Benazin Bhutto non poté ricandidarsi, essendo esclusa per legge la possibilità di un terzo mandato. Dopo un esilio volontario di 8 anni, appena rientrata in patria in vista delle elezioni, a ottobre Benazir Bhutto era sopravvissuta a un attentato sulla strada che dall'aeroporto la portava alla capitale Islamabad: la bomba uccise più di 100 suoi sostenitori.
L'ATTENTATO DI GIOVEDI' Non ce l'ha fatta invece giovedì scorso, vittima di un attacco suicida a Rawalpindi, a circa 30 chilometri da Islamabad. Nell'attentato sono morte almeno 20 persone e altre 30 sono rimaste ferite. Il kamikaze, dopo aver sparato due volte all'ex premier, si è fatto esplodere all'ingresso principale del luogo dove si erano radunate migliaia di persone per assistere al comizio. Secondo la ricostruzione ufficiale del governo, che accusa i terroristi ed esclude un colpo d'arma da fuoco, l'esplosione avrebbe causato alla Bhutto una ferita mortale alla testa, ma il video diffuso dal canale inglese Channel 4 mostra un uomo avvicinarsi da sinistra all'auto di Benazir Bhutto; la donna, che si sporge dal tetto del veicolo, dopo tre spari, ondeggia prima di accasciarsi all'interno. Infine l'esplosione causata dal terrorista suicida che provoca la morte di decine di persone.
Il governo finora ha citato il rapporto dei medici dell'ospedale dov'è morta la Bhutto, in particolare la radiografia del cranio che escluderebbe tracce di ferita da arma da fuoco, avvalorando l'ipotesi di un trauma cranico letale riportato nel contraccolpo dell'esplosione. Ma ai giornalisti è arrivata una copia del rapporto medico, che non esclude la morte da proiettile pur citando la ferita nella parte destra del cranio. Per saperne di più occorrerebbe l'autopsia, esclusa da subito, prima dei funerali di venerdì scorso. UN'ESECUZIONE ANNUNCIATA Poco prima di essere uccisa Benazin Bhutto aveva detto: “il prossimo obiettivo di Al Qaeda sono io”. Ma il nemico principale, da lei stessa indicato come una dei responsabili di una sua eventuale uccisione, era il generale Pervez Musharraf, ex capo dell'esercito, salito al potere con un golpe e vincitore delle ultime elezioni.
UNA RIVELAZIONE FATALE? Curiosamente, due mesi fa Benazir Bhutto dichiarò che Bin Laden era stato ucciso, come si può vedere nel video (in particolare da 2'15''). Lasciando forse intendere che era comodo non diffondere la notizia, per consentire la prosecuzione degli interventi militari in corso.
L'ESECUZIONE DEL PADRE Anche il padre di Benazir, Zulfiqar Ali Bhutto, venne assassinato: Presidente del Pakistan dal 1971 al 1973 e Primo Ministro dal 1973 al 1977, dopo aver cercato la modernizzazione culturale e economica del Paese, l'emancipazione femminile, la riduzione di conflitti e tensioni con gli altri Stati (riconobbe tra l'altro l'indipendenza del Bangladesh), venne deposto da un colpo di stato del Generale Muhammad Zia-ul-Haq, e impiccato nel 1979 per ordine della Corte Suprema sotto la legge marziale, per l'accusa, mai provata, di aver fatto giustiziare un oppositore politico.
ACCUSE AD AL QAEDA, MUSHARRAF, SERVIZI SEGRETI Il Presidente pakistano Pervez Musharraf ha condannato l'attentato a Benazir Bhutto, compiuto a sua detta da "terroristi islamici", voce confermata da Mustafa Abu al-Yazid, capo delle operazioni dell'organizzazione terroristica al Qaeda in Afghanistan, uno dei fedelissimi del numero due di al-Qaeda, l'egiziano Ayman al-Zawahiri. Tuttavia nei giorni successivi sono arrivate le smentite di Al Qaeda, le dichiarazioni dei collaboratori di Benazin, più orientati verso una pista interna, e in particolare le accuse dei familiari della donna, che puntano il dito direttamente su Musharraf.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali, la posizione di Musharraf e del Pakistan nell'appoggiare gli Stati Uniti e la loro "crociata" è ambigua. In particolare a causa dell'ISI, servizio segreto pakistano rivitalizzato negli anni '80 dai soldi della CIA. Proprio grazie all'ISI, di cui risulta tuttora succube, Pervez Musharraf nel 1999 in seguito a un colpo di stato ha assunto la guida del Paese, divenendone Presidente il 20 giugno 2001, per essere poi rieletto il 6 ottobre 2007. Nel novembre scorso Musharraf ha dato le dimissioni da capo di Stato Maggiore mantenendo la carica di presidente. L'ISI finanziò e istruì la resistenza afghana antisovietica - da cui nacque Al Qaeda - poi i talebani e i fondamentalisti wahabiti, di origine saudita; mandò 100 mila dollari a Mohammed Atta nei giorni immediatamente precedenti l'attentato contro le Twin Towers e due giorni prima dell'Undici Settembre fece assassinare Ahmed Shah Massoud, leader dell'Alleanza del Nord, fazione in lotta con i talebani in Afghanistan.
Informazioni che trovano conferma nell'articolo scritto da Amir Madani su Megachip: "L'assassinio rivendicato da al-Qaeda in realtà è il risultato dell'intesa tra quei settori dell'ISI (servizi pakistani) e l'esercito che convivono e spesso gestiscono l'estremismo confessionale, il quale ha prolungamenti e radici ideologico-finanziarie nel wahabbismo e sede nei ricchi sceiccati petroliferi arabi. La stessa Benazir [...] ha denunciato settori eversivi dei servizi e dell'esercito al comando di Musharraf, facendo i nomi dei responsabili".
Al generale golpista Musharraf (anch'egli sotto la minaccia dei suoi colleghi più giovani che hanno un'intesa con gli estremisti taleban e al - Qaeda) rimane il disonore di aver difeso i militari che violentano le donne [...] e anche l'ignominia di 'aver lasciato fare' ai propri generali e agli estremisti taleban di al-Qaeda, un assassinio ampiamente annunciato, per beneficiarne politicamente.
Benazir [...] era [...] la speranza di un intero popolo per uscire dal sistema basato sul feudal-taleban-militarismo, sottoposto ai generali golpisti, gestori del narcotraffico e del traffico nuclerare [...] per porre fine al potere tirannico dei generali golpisti e al protagonismo dei partiti religiosi estremisti che nella storia del Paese 'mai hanno superato 11% dei voti'".
IL PATTO PROPOSTO DA MUSHARRAF
Musharraf, di fronte alla progressiva perdita di potere e credibilità, convinse la Bhutto a tornare dall'esilio proponendole "un matrimonio politico", all'interno del quale si sarebbero spartiti le cariche: Musharraf come capo di Stato, Benazir Bhutto come premier, forte di una scontata vittoria elettorale. Il generale si impegnava inoltre a smorzare l'assolutismo militare da lui stesso imposto nel 1999, sia rinunciando al comando delle forze armate, sia fissando nuove e finalmente libere elezioni, aperte anche ai partiti in precedenza esclusi arbitrariamente, tra cui il Partito popolare pachistano (Ppp) di Benazir Bhutto.
Contro i limiti imposti in precedenza per le elezioni pakistane, si era espresso anche il Parlamento Europeo: il requisito della laurea escludeva il 96% dei pakistani, nonché il 41% dei legislatori del Paese, altre dubbie disposizioni estromettevano alcuni tra i principali candidati, tra cui Benazir Bhutto e Nawaz Sharif.
Il patto proposto alla Bhutto era una scelta dettata dal realismo politico, simile a quello che nel settembre 2001 spinse il generale ad aderire alla coalizione internazionale guidata dagli americani per rovesciare quegli stessi mullah che il Pakistan aveva aiutato a conquistare Kabul. Allora Musharraf rischiava di essere spazzato via assieme ai talebani afghani.
L'ISOLAMENTO DI MUSHARRAF Sei anni dopo il pericolo viene dal progressivo isolamento, problema assente sia nel 1999, quando, cavalcando l'antipolitica, con un golpe prese il potere in uno Stato in grave crisi dovuta a inefficienza amministrativa e corruzione, sia nel 2001 quando si "riciclò" come alleato americano, favorito da quanti osteggiavano talebani e fondamentalisti. Ma corruzione e sprechi sono continuati anche sotto la dittatura, e il contrasto all'eversione islamista è stata contraddittoria e inefficace. Musharraf non è riuscito a eliminare gli elementi integralisti presenti nell'esercito e nei servizi segreti. Non ha sostegno popolare, né l'appoggio del mondo finanziario, dei media, delle lobby influenti (come quella giudiziaria). Benazir Bhutto ha cercato di evitare quest'isolamento del presidente - che rischia di dare via libera a regimi peggiori - anche quando il 3 novembre scorso proclamò lo stato d'emergenza, in contrasto con gli accordi presi. Insistendo, Benazir ottenne la revoca dello stato di emergenza e ha lasciato aperto il dialogo fino all'ultimo.
LA POSIZIONE AMERICANA E IL RUOLO STRATEGICO DELLA REGIONE Benazir Bhutto era probabilmente più gradita agli americani di Musharraf. Non implicata con l'11 settembre, quindi non in condizione di ricattare nessuno (al contrario del generale), e presumibilmente più maneggiabile. Secondo alcuni osservatori, lo scopo americano era di farne l'equivalente pakistano di Karzai, permettendo così agli Stati Uniti, attraverso il controllo dei due Stati e della regione, ostacolare il rifornimento di petrolio arabo delle economie emergenti, India e Cina. L'attentato è avvenuto all'indomani della intesa raggiunta tra lo stesso Musharraf e il presidente afgano Karzai, che avrebbe dovuto incontrare anche la Bhutto, per una strategia più efficace nella lotta ai Talebani che controllano di fatto il confine tra i due paesi.
E probabilmente anche per altri scopi, meno dichiarati. La realizzazione di un oleodotto lungo il percorso che comprendeva Afghanistan e Pakistan, reso difficoltoso dai talebani, è stato elemento scatenante dell'intervento militare in Afghanistan nel 2001: "quando l'amministrazione Bush andò al potere, decise di dare ai Talebani un' ultima chance. Quest'ultima possibilità si presentò in un incontro di 4 giorni a Berlino nel luglio 2001, che andrebbe menzionato in ogni resoconto realistico di come si arrivò alla guerra in Afghanistan. Secondo il rappresentante pakistano a questo incontro, Niaz Naik, i rappresentanti Usa, cercando di convincere i Talebani a dividere il potere con fazioni amiche degli Usa, dissero: 'O accettate la nostra proposta di un tappeto d'oro o vi seppelliremo sotto un tappeto di bombe'. Naik disse che gli fu detto dagli americani che “le azioni militari contro l' Afghanistan sarebbero iniziate prima che la neve cominciasse a cadere sull'Afghanistan, al massimo per la metà di ottobre. L'attacco Usa all'Afghanistan iniziò di fatto il 7 ottobre, appena i militari poterono essere pronti dopo l'11 settembre. (vedi http://xoomer.alice.it/911_subito/possibili_moventi.htm, nonché fonti meno "cospirazioniste", come il Guardian).
UN PAESE PERICOLOSO Il Pakistan, il sesto Stato più popoloso al mondo, con arsenale atomico dichiarato (probabilmente responsabile della diffusione della tecnologia bellica atomica nei cosidetti "Stati canaglia"), caratterizzato da forti tensioni interne ed esterne, estremismo islamico, rappresenta una grande e pericolosa incognita per la stabilità internazionale. Nel 2007 è stato il Paese con il più alto numero di attentati in tutto il mondo. Al Qaeda in Pakistan può contare su basi in Waziristan, nelle zone tribali e in Balucistan. Ma covi di Al Qaeda sono anche nelle grandi città: a Feisalabad e Karachi sono state catturate le menti dell'11 settembre. In Pakistan è stato preso Abu Zubayadah, reclutatore di kamikaze per l'Europa e il Medio Oriente.
A capo del PPP, Partito del Popolo del Pakistan, andrà il giovane figlio di Benazir, Bilawal Bhutto (mentre il marito ne assumerà temporaneamente la presidenza). Le elezioni legislative, previste inizialmente per il mese prossimo, potrebbero essere rimandate. Il PPP candiderà il braccio destro della Bhutto, Amin Fahim. Altro avversario di Musharraf sarà Nawaz Sharif, primo ministro pakistano tra il 1990 e il 1993, e tra il 1997 e il 1999, quando il suo governo fu rovesciato dal colpo di Stato militare di Musharraf. Due volte esiliato, Sharif è tornato in patria il 25 novembre scorso e ora guida la Lega musulmana del Pakistan.
La scomparsa di Benazir Bhutto porterà probabilmente gli Stati Uniti ad appoggiare "il male minore", Musharraf, per evitare una guerra civile o una perdurante instabilità. L'opzione Nawaz Sharif è considerata debole e poco gradita: il sunnita, con simpatie wahabite, non avrebbe tra l'altro il controllo sull'esercito necessario a stabilizzare il Paese.
La visita in Italia del Dalai Lama, leader spirituale dei buddisti, poteva essere un'occasione per fare bella figura. Occasione sostanzialmente sprecata a causa del mancato incontro con in governo italiano e con il Papa. Il leader tibetano è stato però ricevuto dai parlamentari e ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Torino.
Lhamo Thondup, nato a Taktser (Tibet) nel 1935, a due anni è stato riconosciuto come il quattordicesimo XIV Dalai Lama, premio Nobel per la pace nel 1989 ed esponente del pacifismo. Dal 1959 vive in esilio in India, a Dharamsala (Himachal Pradesh), dove ha costituito il governo tibetano in esilio, con un seguito di 120.000 tibetani. Tra i suoi appellativi, Tenzin Gyatso, "Oceano di saggezza". Il governo cinese osteggia le religioni, "gestisce" una sua particolare "chiesa cattolica" autonoma che non riconosce il papa, e si accanisce in particolare con i buddisti, i tibetani e la loro richiesta di autonomia.
Mentre il Dalai Lama arrivava a Roma, il Ministero degli esteri cinese ha avvisato: «Nessuno Stato lo sostenga». Poco prima dell'atterraggio del suo volo a Ciampino, è partito quello di Prodi e del ministro degli Esteri D'Alema per Lisbona. Una circostanza che è stata messa in evidenza dallo stesso Dalai Lama: «non ci sono stati attacchi ufficiali, ma ci sono stati attacchi ufficiosi che hanno condizionato la disponibilità all'incontro e al dialogo da parte di alcune autorità pubbliche e di alcuni esponenti ecclesiastici», con un riferimento al governo italiano e al Vaticano.
D'Alema in serata ha precisato che «il governo non è disposto a cedere a nessuna pressione nel suo sostegno per l'affermazione dei diritti umani in Cina». Ma neppure «cede a chi pretende di definire l'agenda di incontri del Dalai Lama, che non sono stati chiesti». Insomma in questa visita il Dalai Lama non ha chiesto nessun incontro, «ma siamo lieti che sia qui». Non sono un esperto di relazioni diplomatiche, ma se il nostro governo avesse proposto un incontro al Dalai Lama, probabilmente Oceano di Saggezza avrebbe accettato volentieri...
Al summit dei premi Nobel organizzato dal sindaco di Roma Veltroni in Campidoglio, George Clooney ha rubato un po' la scena al leader tibetano che, insieme a Ugo Papi, consigliere per l'Asia del nostro ministro degli esteri, ha parlato per un'ora con il sottosegretario Gianni Vernetti. Altre visite a Montecitorio, nella sala della Lupa (dove fu proclamata la nascita della Repubblica italiana), al Salone degli Specchi di Palazzo Giustiniani, dove il presidente del Senato riceve i capi di Stato stranieri. «Ci rivolgiamo a voi, aiutateci» ha detto il Dalai Lama a oltre cento parlamentari di tutti i gruppi, riuniti ad ascoltare le sue parole alla Camera. Ha chiesto «un sostegno morale, pratico e concreto, che è davvero necessario» per vedere riconosciuti diritti che spettano ai tibetani e «che sono pure sanciti nella Costituzione cinese». Il leader buddista si è fermato per abbracciare Marco Pannella. Il presidente della Camera Bertinotti ha commentato: «La Cina è amica, ma noi siamo contrari alla repressione in Tibet». In contemporanea è giunta da Bruxelles la notizia che in una risoluzione votata praticamente all'unanimità dal Parlamento, la Ue ha chiesto che finiscano «le pressioni della Cina su Stati amici» del Dalai Lama. Un incontro con il leader Pd Valter Veltroni, un discorso davanti ai ministri Emma Bonino, Giovanna Melandri. E un consiglio buddista a tutti: «Amore e buon umore, calma e compassione riducono lo stress, perché l'odio e la diffidenza fanno male al corpo e all'anima».
Torino e il Piemonte per fortuna sono andati in controtendenza: il 16 dicembre, il Dalai Lama è stato ricevuto ufficialmente dalle istituzioni locali, ha parlato con l'assemblea comunale e quella regionale, ha ricevuto la cittadinanza onoraria del capoluogo. La decisione è stata adottata con consenso unanime di tutte le forze politiche. Un primo incontro si è svolto nell'Auditorium Rai di via Rossini. "E' dalle nostre madri che abbiamo imparato la compassione che e' alla base della fratellanza e dell'amore. Le donne - ha aggiunto - sono erogatrici di compassione e io credo che dovrebbero esserci più leader femminili nel mondo". Il Dalai Lama si e' detto veramente felice di ricevere la cittadinanza onoraria torinese: "Io sono veramente felice di ricevere questo riconoscimento: ho passato quasi mezzo secolo senza nazione e se ho trovato una casa meglio per me". In chiusura, insieme al Dalai Lama hanno acceso il "cero della pace" una monaca induista, un monaco buddista, un rappresentante musulmano, un pastore valdese, il rabbino capo della comunità ebraica torinese e un docente universitario cattolico.
Quello tra il Dalai Lama e la città è stato un “incontro politico”, ha precisato il sindaco Sergio Chiamparino, perché “la politica ha a che fare con la difesa della libertà e dei diritti umani”. “Il conferimento della cittadinanza non è un atto di ostilità verso il popolo e il governo cinese. Torino – ha continuato – è una città che si è sempre battuta nella lotta per la libertà e la democrazia e che vuole dare sostegno a chi si batte per la democrazia nel mondo. E’ una città aperta al dialogo politico, culturale e interreligioso”. La giornata è stata ricca di appuntamenti fin dal mattino; l’invito a Torino da parte dell’Associazione Comuni, Province e Regioni per il Tibet, alla quale ha aderito anche il Comune di Torino lo scorso 17 settembre, ha trovato favore nei torinesi, coloro che hanno preso parte all’incontro pubblico presso l’Auditorium della Rai (solo 1500 posti) e coloro che hanno potuto assistere all’intera giornata, grazie ad un maxischermo montato in piazza Castello o alla diretta, in streaming, sui siti istituzionali.
Durante tutta la giornata torinese del Dalai Lama, sulla facciata del Municipio e all’interno della Sala Rossa è rimasta esposta la bandiera del Tibet. Non risultano reazioni particolari da parte della comunità cinese di Torino.
Nell’incontro con la stampa, il Dalai Lama si è rivolto ai giornalisti per riconoscerne il ruolo fondamentale: “Dovete essere come elefanti: avere il naso lungo per curiosare e scoprire cosa succede nel mondo. Scoprirlo, per poi raccontarlo in modo veritiero". Tecnologie e nuove risorse possono rappresentare delle possibilità se non vengono utilizzate esclusivamente come fine.
Possono essere opportunità anche i grandi eventi. Dalla città olimpica l’augurio, sottolineato dal Dalai Lama, perché Pechino organizzi Olimpiadi giuste che siano l’occasione “per fare pressioni sul governo cinese per migliorare la situazione dei diritti umani, della tutela dell'ambiente e delle libertà religiose".
Perché non ha incontrato il governo italiano? "Già, perché? Chiedetelo a loro. Me ne dispiace. Un piccolo rimpianto c'è anche per non aver visto il Papa. Ma se ha trovato qualcosa di sconveniente, nell'incontrarmi, per me va bene, non c'è problema. Il Papa però rappresenta un'importantissima spiritualità. E la spiritualità deve essere ferma quando si tratta di principi". Crede che le pressioni della Cina abbiano condizionato il governo italiano? "Ovunque io vada, cerco sempre di non recare disturbo, quindi se provoco imbarazzo a qualche governo rispondo "Ok, nessun problema". Non sarò certo io a protestare. Il mio obiettivo più grande è la promozione dei valori umani e l'armonia tra le religioni. Ecco, l'unica cosa che mi sento di dire è forse che anche i governi e i leader politici dovrebbero fare qualcosa di più per promuovere i diritti umani e i valori".
Lei ha parlato più volte di un genocidio culturale in Tibet. "Nel nostro paese, è vietato tenere una statua di Budda in casa, o esibire qualsiasi oggetto religioso. E' proibito fare pellegrinaggi ai templi. Nelle scuole, le autorità cinesi hanno tolto ogni riferimento alla religione, mentre nei monasteri buddisti sono incominciati gli indottrinamenti politici, divisi in punti. Il primo punto è quello che invita a criticare il Dalai Lama".
In Tibet è addirittura proibito pronunciare il suo nome, giusto? "Hanno anche tolto tutte le mie fotografie. Ma non fa niente. La cosa fondamentale è che nel nostro paese c'è un'insofferenza sempre maggiore e che qualsiasi manifestazione di protesta o critica alle autorità cinesi viene repressa con la violenza. Arresti e torture sono all'ordine del giorno. I tibetani vengono trattati come cittadini di seconda classe nel loro stesso paese. Anzi, come animali da bastonare, a cui è negata qualsiasi dignità".
La Cina l'accusa di essere un leader politico che cerca l'indipendenza, un separatista. "Sono accuse calcolate, perché da tempo i cinesi sanno che non cerchiamo l'indipendenza. Purtroppo è ormai chiaro che è in atto una strategia di denigrazione nei miei confronti. Volontaria e costante".
Se non cercate l'indipendenza, quali sono gli ostacoli per trovare un accordo con Pechino? "Dal 2001 ci sono stati sei incontri tra la nostra delegazione e il governo cinese. Fino all'anno scorso, nel nostro penultimo colloquio, avevamo fatto molti progressi. Nella primavera 2006 sono invece ricominciate le accuse nei miei confronti e la repressione all'interno del Tibet. Prima dell'estate, durante il nostro ultimo incontro, Pechino ha rotto il dialogo. Dicendoci soltanto: "Non c'è nessuna questione aperta sul Tibet". Oggi devo ammettere che la situazione è molto critica, difficile. Da parte nostra nulla è cambiato. Siamo sempre in cerca di un riconoscimento della nostra autonomia, all'interno della Costituzione della repubblica popolare cinese".
Cosa possono fare i governi occidentali per aiutare la causa tibetana? "La mia opinione su questo è che la Cina non deve essere isolata dalla comunità internazionale. E se guardiamo all'economia, l'integrazione dei cinesi è già nei fatti, ma non è sufficiente. Il mondo libero ha la responsabilità morale di portare la Cina nell'ambito della democrazia. La relazione economica deve essere un'amicizia alla pari, in cui vengono tenuti fermi i valori delle società aperte e democratiche. Se ci si presenta solo per fare affari, ripetendo unicamente "Sì, ministro", allora si rischia di perdere la faccia, e anche il rispetto dei cinesi".
Come sarà scelto il prossimo Dalai Lama? "Ci sono tre opzioni. La prima, prevede che il mio successore sarà eletto con una procedura simile a quella del Papa, scelto da un conclave di religiosi. La seconda, potrebbe essere la scelta del Dalai Lama prima della mia morte. E' già successo. Infine, è possibile la mia reincarnazione, dopo la mia morte. In questo caso, se morirò in esilio, la mia nuova reincarnazione dovrà portare a termine quello che non ho potuto fare in questa vita. E quindi il prossimo Dalai Lama nascerà fuori dalla Cina".
I cinesi potrebbero scegliere loro il suo successore, come già è accaduto per il Panchen Lama. "Se fosse così non sarebbe un Dalai Lama, ma soltanto un pupazzo (ride). Speriamo non lo facciano, anche se lo temo: i nostri fratelli e sorelle cinesi sono molto furbi e amano complicare le cose (ride)".
E lei si ricorda il momento in cui è stato riconosciuto come la quattordicesima reincarnazione del Dalai Lama? "Avevo due anni, vivevamo in un remoto villaggio del Tibet orientale. Mia madre racconta che nei giorni precedenti all'arrivo della delegazione in cerca del nuovo Dalai Lama, ero stranamente eccitato. Poi quando i lama arrivarono, corsi verso di loro e riconobbi come miei gli oggetti del precedente Dalai Lama. E dopo due giorni, mentre andavano via, mi misi a piangere. Un comportamento molto strano: quale bambino vuole seguire degli estranei, invece che rimanere con la propria madre? (ride)".
Durante l'adolescenza, il suo paese è stato invaso e lei si è ritrovato a trattare con il Grande Timoniere, Mao Zedong. "Lo incontrai nel 1954 a Pechino. Mi trattò come un figlio, mi diede consigli. Mi aveva quasi convinto ad iscrivermi al partito comunista. Ancora adesso mi considero metà buddista, metà marxista. Davvero, credo che il marxismo sia ancora la chiave di una giustizia sociale ed economica".
Eppure nel marzo 1959 dovette scappare dal Tibet, in piena notte e a dorso di uno yak. "Dal palazzo reale di Potala vedevo l'artiglieria cinese avanzare. Non ho scelto l'esilio, sono stato costretto. E adesso è quasi mezzo secolo che sono un homeless, un senza casa, per fortuna ho trovato tanti amici all'estero, anche in Italia (ride)".
Ha voglia di esprimere un desiderio per il 2008? "Spero che la Cina si aprirà al mondo, con fiducia e speranza".