giovedì 20 agosto 2015

Senza veli, l'ultima fatica (mia)

Squilli di trombe: si torna a parlare di libri. Motivo: ho finito di leggere "Senza veli", di Chuck Palahniuk.

Mi soffermo più sullo scrittore che sul romanzo. Dieci anni fa, oltre a leggere più libri, pensavo che l'autore di "Fight Club" e di "Invisible Monsters" fosse uno scrittore molto brillante (o almeno nelle mie corde): per lo stile in sé, le trame, la scelta di sperimentare ogni volta in modo diverso, la costruzione di personaggi e situazioni border line (e oltre) assurdi ma allo stesso tempo credibili. Con un tema comune: l'incapacità di relazionarsi, che porta i protagonisti a comportamenti bizzarri, per reazione o per entrare in contatto con altre persone.
I romanzi (e racconti) successivi mi hanno in alcuni casi deluso e  annoiato. Non ho letto l'opera omnia (ma dei romanzi credo mi manchi solo "Pigmeo") e non sono andato in ordine di pubblicazione, ma mi sembra che ci sia stata una netta involuzione.

Mi si perdoni la sintesi, i giudizi scolastici e le eventuali imprecisioni (vado a memoria, alcuni li ho letti diversi anni fa): 
  • "Soffocare" e "Ninna nanna" un gradino sotto i "capolavori" ma li consiglio
  • "Diary", "Survivor", "Dannazione", "Gang Bang", "Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey", oscillano tra il discreto e il buono, così come i saggi "La scimmia pensa, la scimmia fa" e "Portland souvenir"
  • "Cavie" (racconti): molto pesante, l'ho finito con tanta forza di volontà.

 "Senza veli" di Chucl Palahniuk (fonte: ibs.it)

E una certa perseveranza è stata necessaria anche per quest'ultima fatica (mia), "Senza veli", biografia di una immaginaria (ex) stella del cinema, raccontata dalla sua domestica/tutrice e impostata come una sceneggiatura. Neanche 200 pagine, la prima metà noiosa in modo irritante, un abuso della ripetizione di frasi e situazioni con piccole varianti (una cifra stilistica che, usata diversamente e con minore frequenza, era molto più efficace e gradevole nei primi romanzi).

Buona parte del racconto è costituita da lunghi elenchi di star di Hollywood, prevalentemente sconosciute. Almeno per me, ma in generale - credo - per il pubblico italiano under 60. Ma a questo proposito ammetto l'ignoranza, a parziale discolpa dell'autore: tramite alcuni nomi che mi dicevano poco l'autore faceva satira su Hollywood. Per esempio Lillian Hellman - che ricorre nel romanzo - si prese davvero il merito di un episodio della resistenza ebraica antinazista, compiuto invece da una psichiatra di Princeton (lo racconta Edmund White nel libro Ragazzo di città). Palahniuk stesso spiega che le star della Hollywod dei tempi d'oro, ormai dimenticate, sono quasi tutte defunte e questo gli permette di evitare un mare di querele.

Nella seconda parte del romanzo finalmente succede qualcosa e ci si interessa alla vicenda, grazie anche a qualche colpo di scena. Ma naturalmente non faccio spoiler...


Massimo

2 commenti:

Enrico Teodorani ha detto...

Un autore che non ho mai letto.

cooksappe ha detto...

in coda!

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